Vox Populi
    Sabato , 27 Maggio 2017     16:16

VLADIMIR PUTIN E DON LUIGI GIUSSANI

The Saker (pseudonimo d’un formidabile analista russo-americano rinvenibile sul web) scrive che “…se si leggono con attenzione le dichiarazioni programmatiche di Putin, egli offre una visione supportata da circa l’80% dei russi: rispetto per la tradizione, rispetto per la libertà individuale, solidarietà sociale, sovranità nazionale, rispetto per la famiglia e la collettività sociale, ricerca della giustizia sociale ed economica e appoggio generale alle religioni tradizionali: Chiesa ortodossa, Islam, Giudaismo, Buddismo.”
Si tratta d’un programma, anzi d’una cultura di governo, che qualifica il Presidente Russo come un conservatore, anzi come un vero e proprio restauratore dei valori della Russia del passato.
La Russia, per intenderci, dei tempi di Alexei Mikhailovich, predecessore di quel Pietro il Grande che nel ‘700 iniziò una rivoluzione economica e sociale culminata addirittura (secondo Alexander Solzhenitsyn) nella rivoluzione Bolscevica.
L’atteggiamento tradizionalista di Putin, tutt’altro che disprezzabile, anzi molto più lungimirante del gender-nichilismo occidentale, si spiega solo a partire da un tic freudianamente censorio nei confronti del trauma della rivoluzione dei Soviet.
Pari solo a quello causato alla Germania dal regime Nazista.
Ma se le auto-censure non funzionano per gli individui, figuriamoci per le nazioni.
La Russia d’oggi infatti, dopo l’iniziale fascinazione degli anni ’90 nei confronti d’un modello occidentale oggi rigettato, corre il rischio di buttar via il bambino con l’acqua sporca.
Cioè quel lascito più prezioso del marx-leninismo identificabile con la dottrina del rapporto teoria-prassi.
Rapporto che, tentando di applicare alla storia il metodo Galileiano (metodo che in Occidente inaugura la modernità) potrebbe ancor oggi rappresentare il nesso vitale tra Russia e Occidente stesso.
Dopo il fallimento d’uno Stalinismo che ha ridotto quel metodo a culto della personalità e ideologismo sanguinario.
Questo nesso con le radici culturali dell’Occidente credo possa essere compreso a partire dalle teorie di quel genio della cultura Novecentesca, nonché attento conoscitore di teologia e anima Russe, a nome Luigi Giussani.
Il quale, definendo ad Assago la politica come “forma compiuta di cultura” (non di carità), altro non ha fatto che riprendere, inverandolo e portandolo al suo significato essenziale, la dottrina marx-leninista del rapporto teoria-prassi.
All’insegna d’un concetto di politica inteso come strumento di conoscenza “certa” della realtà, nel senso sperimentalmente verificabile del termine.
Donde l’auspicio che la Russia d’oggi, magari attraverso le comunità di Comunione e Liberazione profeticamente presenti sul suo territorio, possa recuperare la lezione Giussaniana piuttosto che cristallizzarsi in un tradizionalismo vetero-ortodosso che le impedirebbe di esercitare il ruolo che le compete nel mondo.
Bruno Sacchini

Condividi: